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San Luigi - Nicolas Framont - Nero Editions


 


Partiamo da questo presupposto: Framont non sta scrivendo di Luigi Mangione. O meglio, lo fa, ma Mangione è il pretesto, il punto di rottura attorno al quale costruisce qualcosa di molto più ambizioso. Il caso è noto: il 4 dicembre 2024 viene ucciso Brian Thompson, Amministratore delegato di United HealthCare, la prima assicurazione sanitaria privata degli Stati Uniti. Il suo presunto assassino, nel giro di 48 ore, diventa un'icona globale. E qui inizia il libro vero.


La domanda che Framont si pone e che nessuno nei talk show ha avuto il coraggio di formulare per intero è la seguente: esiste una simmetria morale tra la violenza che vediamo e quella che non vediamo? Quella del colpo di pistola contro quella della direttiva aziendale, del tasso di rifiuto delle richieste di rimborso, del piano di tagli alla sanità pubblica votato in parlamento alle quattro di mattina mentre qualcuno gioisce del risultato raggiunto? La risposta non è mai semplice e Framont non finge che lo sia.


Quello che trovo più onesto intellettualmente e anche più raro è la sua capacità di smontare le mitologie di entrambi i lati della medaglia. Da una parte descrive con precisione il meccanismo dell'irresponsabilità strutturale della classe dominante: gli Amministratori Delegati di una qualsivoglia realtà economica, che produce profitto, non incrociano mai le vittime delle loro decisioni, i parlamentari non leggono ciò che votano, i consulenti McKinsey calcolano il numero tollerabile di overdose da Oxycontin in una slide senza che nessuno li chiami con il nome che meriterebbero. La violenza si esercita per astrazione e l'astrazione assolve. Dall'altra, non risparmia la sinistra istituzionale: i sindacati che hanno trasformato lo sciopero in un rito simbolico e innocuo, i partiti che parlano ancora una lingua morta, le ONG che puntano alla sensibilizzazione sperando che qualcuno ascolti. Tutto è stato ridotto a un banale folklore. E non vi è più paura nello schiacciare un'intera classe costretta alla miseria più brutale.


Framont recupera il fenomeno della "Grande Paura" del 1789, quando la nobiltà cedette i propri privilegi nella notte del 4 agosto non per convinzione ma per terrore di una rivolta contadina forse meno estesa di quanto si temesse, per dimostrare una cosa: non è la violenza in sé a spostare i rapporti di forza, ma il suo potenziale, la sua imprevedibilità. Il potere cede quando non riesce a calcolare l'esito in anticipo. Questa analisi, supportata da vari esempi, è la parte più solida e originale del saggio e quella che più disturba, proprio perché è difficile da confutare.


Sul corpo di Mangione: muscoli, sorriso, serenità al tribunale Framont scrive pagine che in un altro libro sembrerebbero fuori posto e invece qui sono centrali. Il "capitale muscolare" come forma di risposta al capitalismo delle vulnerabilità, la calma dell'imputato come forma di libertà già acquisita: c'è tutta una genealogia precisa.


Il libro non scioglie le contraddizioni che apre, e fa bene. La violenza rivoluzionaria non ha mai trovato la formula per non diventare, a rivoluzione compiuta, violenza di stato e Framont lo riconosce senza sconti. Ma pone almeno la domanda giusta, quella che continua a rimbalzarti in testa anche dopo aver chiuso l'ultima pagina: come si risponde a chi governa uccidendo in silenzio, senza armi e senza violenza?




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