Non so esattamente quando ho smesso di guardarlo come un film e ho cominciato a sentirlo come qualcosa che mi riguardava. Forse alla scena della mappa disegnata su una tovaglia di carta. Forse prima.
Le città di pianura è un film che parla di tre persone che vagano di notte nella bassa veneta in cerca dell'ultimo bicchiere, e in qualche modo parla di tutti quelli che hanno passato anni a rimandare la cosa più importante senza sapere bene quale fosse. Carlobianchi e Doriano sono cinquantenni che il mondo ha attraversato senza fermarsi: la fabbrica che chiude, gli anni Novanta che non tornano, un amico fuggito in Argentina prima della crisi. Giulio è un ragazzo che studia architettura e non sa ancora come si sta al mondo. Li vedi insieme e capisci che si stanno insegnando qualcosa a vicenda, senza dirtelo, senza che nessuno faccia il discorso giusto al momento giusto. Come succede nella vita vera.
Sossai, il regista: 37 anni, bellunese, formato alla scuola di regia di Berlino, non fa un film su eroi. Fa un film su persone normali che portano il peso delle cose non dette con una dignità silenziosa che ti prende alla gola. Su Pierpaolo Capovilla bisogna fermarsi un secondo, perché quello che fa in questo film è una cosa rara. Capovilla, frontman degli One Dimensional Man, poi de Il Teatro degli Orrori e ora all'attivo con Pierpaolo Capovilla e I Cattivi Maestri, è una delle voci più scomode e vere della musica italiana degli ultimi vent'anni, uno che ha sempre detto è continua a dire ciò che pensa, anche quando non conviene, anche quando la sala è mezza vuota. Quando Sossai gli ha mandato la sceneggiatura, lui ha detto di sì perché il personaggio «sembrava scritto apposta per me». E si vede. Doriano non è un personaggio che Capovilla interpreta, è una persona che Capovilla riconosce. Sullo schermo porta con sé tutta quella storia fatta di palchi piccoli, di canzoni che nessuno trasmetteva, di un'Italia che se ne fregava. La differenza tra lui e Doriano è sottile al punto da non esistere e quella sottilezza è esattamente dove sta la grandezza della sua prova. In un'intervista ha detto che con l'alcol ha «un rapporto esistenziale da sempre». Nel film non recita quella frase. La abita.
Accanto a lui, Sergio Romano, David di Donatello vinto, costruisce Carlobianchi in modo completamente diverso e altrettanto necessario. Romano viene dal teatro, ha una fisicità concreta e piena, una presenza che riempie l'inquadratura senza mai sovrastarla. Il suo Carlobianchi è l'uomo che ha sempre avuto una teoria sulla vita e non è mai riuscito a metterla in pratica. Lo guardi e pensi a qualcuno che conosci. Forse a te stesso, in certi momenti. Il rapporto tra lui e Capovilla sullo schermo non sembra recitato perché non lo è: due uomini che si capiscono senza spiegarsi, che si coprono le spalle senza dirtelo, che si fanno compagnia nel modo in cui solo chi si vuole davvero bene sa fare. Filippo Scotti li guarda e noi guardiamo lui che li guarda con gli occhi di chi sta imparando qualcosa di importante e non sa ancora come si chiama
La fotografia tratta la pianura veneta con la stessa cura con cui si tratta un volto amato: i colori pastello della pittura tonale veneta, la luce notturna dei bar di provincia, le strade che sembrano portare sempre nello stesso posto. Non è un Veneto da cartolina. È il Veneto di chi ci abita, con tutto il peso e tutta la bellezza che non si riesce a spiegare a chi viene da fuori.
Il film ha vinto otto David di Donatello e ha fatto 200mila spettatori in sala. Non lo dico per autorità, lo dico perché mi sembra giusto che sia andata così, per una volta. Perché è il tipo di film che il cinema italiano sa fare quando smette di volersi giustificare e si fida di quello che ha da raccontare: un luogo, delle persone, il tempo che passa e quello che rimane.
È un film meravigliosamente onesto. E l'onestà, nel cinema come nella vita, vale più della perfezione.

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